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1 febbraio Giornata Mondiale del Gallo

Feb 10, 2026 | Dogspeak

Quando la crudeltà verso gli animali diventa una minaccia per la società

Non è tradizione. Non è cultura. Non è caccia. È violenza organizzata.

di Edoardo Vittorio Agnelli

Disclaimer: articolo di denuncia, contenuti sensibili

Ogni anno, in Spagna, migliaia di galgo, levrieri allevati e utilizzati per la caccia, vengono eliminati al termine della stagione venatoria. Non si tratta di abbandoni accidentali o di fatalità, ma di un sistema in cui l’animale, una volta ritenuto inutile, viene punito. I galgo vengono lasciati morire nei campi, gettati nei pozzi, impiccati a pochi centimetri da terra per prolungarne l’agonia, bruciati vivi o sepolti vivi. Sono pratiche che non rispondono a nessuna necessità funzionale o di sopravvivenza. Servono esclusivamente a esercitare potere attraverso la sofferenza.

In questo contesto il galgo diventa una vittima sacrificale, un essere senziente privato di ogni tutela, perfetto per assorbire frustrazione, rabbia e sadismo. Ridurre tutto questo a una questione di animalismo significherebbe però non cogliere la dimensione più profonda del problema. Quella che colpisce i galgo non è solo una violenza contro gli animali, ma un fenomeno che ha implicazioni sociali e criminologiche rilevanti.

Da decenni la criminologia e la psicologia forense riconoscono un legame strutturale tra la crudeltà verso gli animali e la violenza interpersonale. Questo rapporto, noto nella letteratura internazionale come “The Link”, descrive come l’abuso sugli animali rappresenti uno dei segnali più affidabili di una predisposizione a comportamenti violenti più ampi. Già negli anni Settanta l’FBI aveva individuato la crudeltà sugli animali come indicatore comportamentale ricorrente nei profili di criminali violenti e serial killer, non come elemento aneddotico, ma come campanello d’allarme. Chi impara a infliggere dolore a un essere indifeso senza provare empatia sviluppa una pericolosa desensibilizzazione alla sofferenza altrui.

Le ricerche scientifiche in ambito psicologico e criminologico mostrano con chiarezza che chi si accanisce deliberatamente sugli animali presenta più frequentemente tratti antisociali, deficit empatici e una marcata tendenza al dominio e al controllo. La violenza sugli animali compare spesso nello stesso contesto di altre forme di abuso, come la violenza domestica, gli abusi sui minori e le aggressioni interpersonali. Non si tratta di sostenere che ogni persona crudele con un animale diventerà necessariamente un criminale violento verso gli esseri umani, ma di riconoscere che la crudeltà animale è uno dei più solidi fattori di rischio comportamentale conosciuti.

La violenza non nasce all’improvviso. È un processo di apprendimento, un esercizio che si ripete e si normalizza nel tempo. Gli animali, e in particolare i cani, diventano spesso il primo bersaglio perché non possono denunciare, non hanno voce politica e non sono percepiti come pari. In criminologia questo è un punto centrale: la violenza cerca sempre la vittima più vulnerabile. Quando una società tollera o minimizza la crudeltà verso gli animali, sta implicitamente accettando l’idea che esistano vite sacrificabili. Sta insegnando che il potere può essere esercitato attraverso il dolore, purché la vittima sia sufficientemente invisibile.

Il problema è che la violenza non si esaurisce. Si sposta. Quando la soglia di desensibilizzazione si alza e le vittime “sicure” non bastano più, il bersaglio cambia. La storia sociale e criminale lo dimostra con chiarezza: chi è abituato a dominare attraverso la sofferenza tende a cercare nuove forme di controllo, nuovi oggetti su cui esercitare la stessa dinamica.

Difendere i galgo, quindi, non è un gesto emotivo o simbolico. È un atto di prevenzione sociale. Nei contesti di violenza domestica, l’abuso sugli animali è spesso utilizzato come strumento di intimidazione e controllo psicologico nei confronti di partner, bambini e persone fragili. Per questo, sempre più spesso, forze dell’ordine e servizi sociali considerano la violenza sugli animali come un indicatore di rischio per l’intero sistema relazionale in cui avviene.

Chi infligge sofferenza deliberata a un animale non è un custode di tradizioni, ma un soggetto che esercita violenza su un essere indifeso. Chi giustifica questa violenza non è neutrale, ma ne diventa complice culturale. Chi tace non è uno spettatore innocente, ma parte del sistema che consente alla crudeltà di perpetuarsi.

Eppure, questa storia si chiude con una contraddizione che non possiamo ignorare.

Negli ultimi decenni il rapporto tra uomo e cane ha conosciuto un’evoluzione profonda. Il cane è entrato nelle famiglie come membro riconosciuto, ha acquisito uno statuto affettivo, sociale e persino giuridico impensabile fino a pochi anni fa. Le leggi si sono evolute, il linguaggio è cambiato, la sensibilità collettiva si è affinata. Oggi si parla di benessere animale, di tutela, di responsabilità, di diritti. In molte parti del mondo il cane non è più considerato una cosa, ma un essere senziente.

Eppure, questa evoluzione convive con una verità più scomoda: la crudeltà umana non è scomparsa. Ha semplicemente trovato nuove giustificazioni, nuovi margini di tolleranza, nuove zone d’ombra in cui continuare a esercitarsi. Quando il progresso non è uniforme, la violenza si concentra dove il controllo è minore, dove la vittima è più fragile, dove la sofferenza è meno visibile o più facilmente razionalizzabile. La storia dei galgo lo dimostra con brutalità. Nonostante le conquiste civili e legislative, esistono ancora contesti in cui l’animale viene ridotto a strumento, scarto, bersaglio. Non perché manchino alternative, ma perché la crudeltà cerca sempre i corpi più deboli su cui imprimersi. È una costante storica, sociale, umana. Cambiano le epoche, cambiano le narrazioni, ma la dinamica resta la stessa.

Questo è il punto che rende la questione dei galgo una questione che ci riguarda tutti. Non è un residuo del passato, ma una frattura nel presente. È la prova che il grado di civiltà di una società non si misura solo dalle leggi che promulga, ma da ciò che tollera quando pensa di non essere osservata.

Finché esisterà anche un solo contesto in cui la violenza sugli esseri più deboli viene giustificata, minimizzata o nascosta dietro la parola “tradizione”, la civiltà resterà incompiuta. E il prezzo di questa incompiutezza non lo pagheranno solo gli animali, ma l’idea stessa di umanità che diciamo di voler difendere.

Tags: cani e soccorso

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